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Il Lago di Piediluco

Diciassette chilometri di perimetro, due chilometri e mezzo di lunghezza nel braccio più esteso, trecentoventiquattro metri di altitudine, profondo non più di 20 metri.
E’ il Lago di Piediluco, minuscolo quanto grande per l’emozione che suscita stare a contemplarlo e… viverlo.
Ha due immissari, il fiume Velino, dalle acque chiarissime e il cosiddetto canale dell’alto medio Nera. E’ il piccolo lago noto per la straordinaria bellezza e per essere la sede principale degli allenamenti della nazionale italiana di canottaggio. Il Lago di Piediluco sorge ai piedi, appunto, del Monteluco, omonimo di quello spoletino e dominato da un’altra Rocca dell’Albornoz. Non tutti sanno che le sue acque generano il salto delle Marmore, appena 4 chilometri piu’ a valle, facendo di esso un unicum con la medesima cascata. In auto e’ quindi, ovviamente, più vicino al Belvedere superiore della Cascata delle Marmore che a quello inferiore ma ci si può recare indifferentemente al superiore o all’inferiore per intraprendere a piedi dei bellissimi percorsi, dai più diversi punti di osservazione.
Il lago di Piediluco era, nell’antichità, prima di grandiose opere di bonifica, il ben piu’ esteso Lago Velino.

A ritroso nel corso del tempo e dell’acqua!

La navigazione nel lago Velino o di Piediluco di Walter Mazzilli

Lo scritto è stato estratto da uno più ampio che riguardava anche la pesca. Il saggio è stato pubblicato in “Quaderni del Museo della Pesca del Lago Trasimeno”, 8. “Le acque interne dell’Italia centrale. Studi offerti a Giovanni Moretti” a cura di A, Batinti, M. Bonino, E. Gambini, Edizione a cura della Pro-Loco di San Feliciano (PG), stampa luglio 2004.

La navigazione

La più antica documentazione iconografica che documenta la navigazione sul lago Velino[1]risale all’età augustea-tiberiana: si tratta di una stele offerta a Nettuno,dio delle acque correnti e sotterranee.

Un’altra testimonianza iconografica scolpita sul portale della chiesa francescana di Piediluco è di epoca medievale e raffigura imbarcazioni, attrezzi per la pesca ed esemplari di fauna ittica.

Anche da fonti scritte abbiamo notizie relative alla navigazione. Lo Jacobilli riferisce chenel XV sec., dovendo la beata Colomba recarsi al convento di Rieti prese una barca a Piediluco ed insieme ai suoi compagni di viaggio risalì il fiume Velino.[2]

Degli Azzi Vitelleschi[3]ricorda l’incresciosa disavventura accorsa nell’anno 1386 ad alcuni mercanti fiorentini. Questi dovevano raggiungere con la barca la città di Rieti e,quando giunsero presso Labro,[4]furono assaliti e depredati dai banditi.

Dalla cronaca di Claudio Chercherasi apprendiamo che il 25 giugno 1545 il commissario apostolico Bernardino Callini si recò in barca da Rieti alla cascata delle Marmore. Il Vescovo aveva il compito di svolgere una ricognizione dei luoghi ed approntare interventi straordinari per favorire il deflusso delle acque, al fine di scongiurare il pericolo ricorrente di inondazioni. Il Commissario, con un seguito di nove persone, entrò in una barca grossa fatta venire da Piediluco.“Sei homini di Piediluco menavano la barca et continuassemo per il fiume giù sino alle Marmora”.[5]

Anche San Francesco navigò in diverse occasioni sul lago Velino con una piccola barca.[6]Un anonimo Maestro Umbro ha illustrato con due miniature i miracoli compiuti da Francesco a Piediluco.[7]Nella prima, il Santo è raffigurato nell’atto di liberare un uccello palustre donato da un pescatore che si presenta in piedi sulla barca e con in mano un lungo remo; nella seconda, il Santo si sporge da una barca e riconsegna alle acque una tinca.

La mano dell’artista è guidata da motivazioni devozionali e non da preoccupazioni di resa realistica. C’è comunque da notare che l’imbarcazione raffigurata non ha alcuna somiglianza con la tradizionale barca alla pescatora di Piediluco. Non siamo in grado di sapere se l’anonimo Maestro Umbro avesse avuto diretta conoscenza delle imbarcazioni presenti nel lago o se avesse tratto l’ispirazione da icone tradizionali. Ad ogni buon conto, le immagini presentano una qualche formale somiglianza con l’imbarcazione della stele romana di Lucius Valerius Menander.

Iconografia navale romana a Piediluco

Nel 1545, nelcorso dei lavori per la realizzazione della Cava Paolina, fu rinvenuto a Marmore, presso la riva del lago Velino, un altare dedicato al dio Nettuno.[8]Dopo il rinvenimento, fu trafugato e collocato nella platea Major diTerni.[9]In questa sede fu visto da Antonio Sangallo il Giovane che lo ritrasse in un disegno che si trova agli Uffizi.[10]

Sulla fronte della scultura è raffigurato Nettuno che afferra nella mano destra il tridente e nella sinistra un pesce, forse una trota. Nella facciata posteriore è raffigurato il celebrante velato. Sui fianchi è scolpita un’imbarcazione con una figura al timone e due, un adulto ed un giovane, ai remi. L’iscrizione dedicatoria rivela che l’offerente è Lucio Valerio Menandro, liberto di Nigro, traghettatore di Ocrisiva. L’opera,[11]come riferisce Bruno Toscano, risale alla fine del I sec. a.C. o al principio del I sec. d.C.[12]

La raffigurazione non può dirsi opera colta ma è nondimeno di grande interesse. Come ha scritto Marco Bonimo, in una nota che mi ha gentilmente messo a disposizione, “si tratta di una barca con scafo tondo, dritto di prua ben evidenziato, poppa piuttosto alta. La forma del bordo indica che a prua il capodibanda era rialzato e curvo e che la poppa terminava senza dritto, con un elemento trasversale rettilineo o leggermente curvo, che formava un angolo sensibile con l’andamento della linea del capodibanda e che poteva essere simile alla parte terminale del capitino delle nostre barche tradizionali. Il dritto di prua è piuttosto vistoso e termina con un ornamento sobrio, tipico delle imbarcazioni usate come mezzo di lavoro. Dalla posizione dei personaggi si deduce la presenza di mezzi ponti a prua ed a poppa. La forma dei remi è differenziata:lanceolata quella del remo che funge da timone e tronca la pala dei remi propulsori”.

Iconografia navale medievale a Piediluco

Lo strumento fondamentale per l’esercizio della pesca era la tradizionale barca alla pescatora, della quale si conserva un importante esempio di iconografia medievale. L’imbarcazione, infatti, è scolpita  sopra l’ingresso monumentale della chiesa di S. Francesco di Piediluco.[13]

L’arco presenta in bassorilievo quattro barche da pesca, elementi della fauna ittica,tra i quali sono riconoscibili trote, lucci, gamberi, granchi e strumenti, come un cesto, il modano, la sassola, la catena per l’ormeggio, i remi, le nasse e l’incannucciata. [14]

La più antica descrizione del portale è presente nell’Inventario di tutti i beni mobili e stabili delle chiese di Piediluco,[15] stilato il 21 febbraio 1727 dall’arciprete Flavio Crisostomi, dove si legge che: “La porta principale sta verso l’altar maggiore ed è scorniciata di pietra viva, con due leoni, uno per parte. Nella sommità fuori del muro, vi è un nicchia di pietra viva nella quale è scolpito l’agnello pasquale di pietra, con una croce in mezzo, ad uso d’insegna. Parimente di pietra viva la scorniciatura, nella quale vi sono varie sorti di pesci, come trotte, lucci, tinge, gambari, granci ed altri. In mezzo a detta scorniciatura è scolpita una testa di bue, sotto la quale vi è una croce scolpita e imbrunita di rosso, con alcune altre pietre imbrunite di rosso”. [16]

Per quanto concerne il natante, Nicoletta Ugoccioni riferisce che: “La barca alla pescatora, largamente in uso fino a poco tempo fa, è in tutto simile a quelle raffigurate a bassorilievo sul portale della chiesa”.

Marco Bonino sottolinea che “le strutture sono ridotte all’essenziale:due rami di ginepro trasversali, che hanno più lo scopo di tenere insieme le tavole del fondo e un po’ divaricate le fiancate onde evitare lo svergolamento,che non una vera e propria funzione di irrobustimento, non aggiungendo granché alla naturale resistenza delle tavole del fondo, delle fiancate e degli specchi”. Ritiene, inoltre,che un barca a fondo piatto, derivante dalla monòssile, “in un lago così profondo come quello di Piediluco, non sembra essere nel suo ambiente originario; è molto probabile che quindi che essa provenga dalla conca reatina”.[17]

Nella citata scheda di Marco Bonino, in riferimento al fregio del portale della chiesa di San Francesco, si riferisce che: “Facendo la tara sulle deformazioni dovute alla rappresentazione in scultura, abbiamo comunque una forma leggermente più curva in pianta, ma soprattutto una maggiore angolatura della parte di fondo che raggiunge il bordo trasversale superiore ed i capitini sono praticamente inesistenti sia a prua, come nelle barche alla pescatora attuali, che a poppa. Cioè il fondo piatto è quasi rettilineo fino ai punti in cui si trovano le traverse interne, lì si innestano le parti angolate a prua ed a poppa, che arrivano fino ai bordi trasversali superiori, che solo in alcuni casi sono rinforzati da un sottile capodibanda, che per lo più serviva per far scorrere agevolmente i cordami e le reti durante il lavoro di pesca.

Le barche alla pescatora tradizionali, fino al primo Novecento, sono assai simili a quelle del fregio della chiesa di S. Francesco. Solo più recentemente hanno acquisito lo specchio di poppa (culatta), una curvatura più dolce del fondo ed una forma in pianta maggiormente tendente a quella rettangolare, pur con una curvatura meglio raccordata nelle fiancate …

Comunque si sia svolta l’evoluzione delle barche alla pescatora, si nota subito che la loro forma, piatta e con le estremità rilevate a diedro, con poca leva nel fondo e con le fiancate poco incurvate ed abbastanza basse, è più adatta per acque basse e ferme che per le acque relativamente profonde del lago di Piediluco… La forma piatta dell’originale si è quindi radicata tanto che, anche quando il lago Velino si è frazionato ed in alcune aree scomparso, è rimasta in uso nella parte più profonda e con le rive più ripide, quella ora occupata dal lago di Piediluco, in cui sarebbero adatti scafi più profondi od a sezione tonda”.

La morfologia del bacino lacustre, infatti, era ben diversa prima delle bonifiche rinascimentali.[18] La geografia dei luoghi, dopo la realizzazione della Cava Paolina[19]ed il ripristino della Cava Curiana,[20] mutò profondamente. Furono drasticamente ridimensionate le zone paludose di Cornello, della Bandita, di Agnese, dell’Ara Marina e di Cerione ed anche il lago delle Marmora, che aveva un morfologia palustre e che si estendeva da Marmore fino ad oltre Moggio (RI), fu in gran parte prosciugato. Dall’esame dei contratti per l’affitto delle acque[21] si ricava che esclusivamente in queste porzioni del grande lago Velino si effettuava la pesca di mestiere. Le barche alla pescatora a fondo piatto, pertanto, erano le più idonee per navigare in acque palustri e la loro origine potrebbe essere autoctona.

Dopo le bonifiche, sebbene fossero cambiate le condizioni ambientali, i pescatori piedilucani continuarono ad utilizzare la barca tradizionale.

[1] Nei documenti ufficiali del sec. XIX il bacino lacustre è ancora detto lago Velino, sebbene nell’uso comune fosse denominato lago di Piediluco.

[2]Iacobilli, L. (1647), Vite dei Santi e beati dell’Umbria, tomo I, Foligno,p. 531.

[3] Degli Azzi Vitelleschi, G. (1904), “Le relazioni tra la repubblica di Firenze el’Umbria nel secolo XIV”, Bollettino della Deputazione di Storia Patria dell’Umbria, n. 1, doc. n. 650.

[4] In quel tempo il livello delle acque del lago Velino giungeva a lambire l’odierno voc. La Luce, dove era il porto al servizio del castello di Labro.

[5]Mazzilli, W. (2000), Antonio Sangallo e la Cascata delle Marmore. La Cavadella Forma Paulina delle Marmora et della Cava Reatina di Claudio Chercherasi da Monteleone di Spoleto, cancelliere della città di Rieti, Terni, p. 18

[6]Bonaventura da Bagnoregio, 1989, Vita di San Francesco d’Assisi,Edizioni Porziuncola, Assisi (PG), cap. VIII, par. 8.

Tommaso da Celano (1960), Vitadi San Francesco d’Assisi e trattato dei miracoli, Legenda Secunda,Edizioni Porziuncola, Assisi (PG), cap. 126.

[7]Miniature della Legenda Maior di San Bonaventura da Bagnoregio, Codicedel 1457, Museo Francescano, Istituto Storico dei Cappuccini, inv. n. 1266,Roma.

[8]Mazzilli, W. (1995), “Il tempio di Nettuno”, Memoria Storica, Rivista del Centro Studi Storici di Terni, n. 7, pp. 127-135.

[9]Mazzilli, W. (2000), Antonio Sangallo e la cascata delle Marmore, Terni,pp. 3-4.

[10]Gabinetto degli Uffizi di Firenze, Disegni d’architettura, n. 2091.

[11] Lascultura è attualmente conservata a palazzo Carrara, nell’atrio della Biblioteca Comunale di Terni.

[12]AA.VV. (1980), Manuali per il territorio. Terni, Vol. I, Roma, pp.13-14.

[13] Il tempio francescano fu edificato per volontà del Comune, di Oddone e Matteo Brancaleoni, Signori del castello di Luco. La costruzione interessò un arco temporale di circa 40 anni e fu completata nel 1338.

[14]Ugoccioni, N. (1986), Il lago di Piediluco, Monografie ALLI, Casa Usher,Firenze, pp. 41-42;

Scortecci, D. (2001), “La chiesa di S. Francesco di Piediluco. Il portale”, in Arte e Territorio. Interventi di restauro, a cura di M. Romano, Fondazione Carit, Terni, pp.281-86.

[15]All’Archivio Vescovile di Terni.

[16]Mazzilli, W. (2000), “La chiesa e il convento dei francescani a Piediluco”,MemoriaStorica, n. 17, Terni, pp. 52-53.

[17]Bonino, M. (1982), Barche tradizionali delle acque interne, Nuova Guaraldi Editrice, Firenze, pp. 32-33.

[18]Mazzilli, W. (1996), Il lago Velino, la cascata e le bonifiche rinascimentali, Arti Grafiche Celori, Terni;

[19]Mazzilli, W. (2000), Antonio Sangallo e la Cascata delle Marmore, Arti Grafiche Celori, Terni.

[20]Dupré Theseider, E. (1939), Il lago Velino, Rieti, pp. 75-77.

[21]Mazzilli, W. (1997), “I contratti per la pesca nel lago Velino nel sec. XVI”, Memoria Storica, n. 11, Rivista del Centro Studi Storici, Terni, pp. 83-87.

Il prosciugamento del “Lacus Velinus”, grazie alla modificazione della caduta delle acque sul fiume Nera attraverso la costruzione artificiale denominata Cascata delle Mamore, ha altresì modificato l’intero ecosistema della conca reatina. Dell’antico lago sono rimasti solo dei laghetti residui nelle zone più depresse. Il lago di Piediluco, il più esteso, quello di Ventina e quelli Lungo e di Ripasottile. L’ecosistema dei laghi Lungo e Ripasottile costituisce un esempio di zona umida appenninica la cui salvaguardia e fruibilità è stata garantita dall’istituzione della Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile (1985). L’area si presenta come un dedalo di corsi d’acqua, canali, paludi, e specchi d’acqua secondari (detti lame). Racchiusa a est dai monti Reatini e a ovest dai monti Sabini. Eccezionale motivo di interesse naturalistico è l’avifauna che popola la riserva.
A nord del Lago di Piediluco è situato il Parco Fluviale della Valnerina, un’ampia zona che, seguendo il corso del Nera, va da Ferentillo alla Cascata delle Marmore. Non distante dal lago, alla base dei monti Reatini, inserita nella Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, si trova la Sorgente di Santa Susanna che, con una portata di 5000 litri al secondo, è una delle più grandi d’Europa. Da essa hanno origine il fiume ed il canale di Santa Susanna; il primo si getta nel lago di Ripasottile e il secondo nel Velino.